• Giusy Di Miceli

Il quadrifoglio d'oro

Aggiornato il: 5 mar 2019

Prologo


Cosa ci sarà oltre i tralicci? Pensava Jaco, col naso incollato alla finestra.

Guardava fuori mentre col dito disegnava dei piccoli soli sul vetro appannato.

Pioveva , una pioggia sottile, sottile. A Jaco non piaceva quel tipo di pioggia, perché pungeva e più che bagnare sembrava inumidire. Ti lascia addosso quel senso di appiccicaticcio. Lui preferiva di gran lunga i temporali quelli che vien giù acqua così spessa che basta un minuto per essere bagnato fin dentro le mutande. I tuoni i fulmini. Tutta quella energia gli metteva addosso una carica che non si riusciva a spiegare. E poi dopo un temporale, il tempo era sempre bello e l'arcobaleno era qualcosa di fantastico da vedere. Invece il cielo grigio e quella pioggerellina dava ad intendere che il tempo sarebbe stato brutto per diversi giorni ancora.

L'inverno sembrava non voler finire mai.

Attaccato al vetro della finestra Jaco guardava davanti a se. Vedeva in lontananza la fila di tralicci uniti da lunghi cavi. Gli ricordava i fili di uno stendibiancheria. Immaginava un gigante stendere i panni al sole.

Sotto c'era il parco, dove andava regolarmente a giocare, grande quanto tre campi di calcio se non di più. Tantissimi alberi costeggiavano la strada a forma di ferro di cavallo dove la gente amava fare jogging. D'estate era sempre molto frequentato.

Gli alberi sono talmente alti, che dal suo interno non si vedono i grandi palazzi popolari tutti uguali. Diversi nel colore, rossi, verdi e arancioni; ma tutti uguali per forma e dimensioni.

La nonna gli aveva raccontato che quando era giovane non c'era il parco, era tutta campagna intorno. C'erano campi di grano e granoturco e il tutto era circondato da rogge dove i bambini d'estate, andavano a fare il bagno; in alcuni punti si formavano dei veri e propri laghetti e molte mamme si mettevano a prendere il sole. Un altro passatempo era andare ad osservare le rane e i girini, si riempivano le tasche per portarsele via ma queste saltavano fuori in un baleno. Qualche volta però finivano in mezzo al bucato e li bisognava scappare dalle pantofole rotanti delle madri.

Poi si costruivano capanne tra gli alberi. E si stava la sotto a raccontare storie d'avventura. Si inventavano ci si lasciava ispirare dalla natura tutta attorno.

Al posto della strada asfaltata che adesso conduce al grande ospedale, c'era un sentiero sterrato che si perdeva tra i campi. Ed in mezzo a questi campi, capeggiava una vecchia casa semidistrutta. Aveva un grande orologio in cima segnava le quattro di mattina o di pomeriggio non si sa, era fermo ormai chissà da quanto . Prima di arrivare alla casa, la stradina faceva una curva a gomito che veniva chiamata la curva del diavolo. In quella curva c'era sempre qualcosa che bruciava , per questo era chiamata così.

La casa aveva una scala in ferro con gradini in pietra, e la sfida era a chi avesse il coraggio di salirvi. Perché intorno a quella casa giravano un sacco di storie di fantasmi. Sulla facciata erano ancora presenti dei busti di uomini barbuti con espressioni dure e arcigne. Messi li come guardiani. C'erano anche dei grossi cani con i denti a sciabola. Ma lei non ne aveva mai visti. Insomma ce n'era abbastanza per tenere i bambini lontani ma, come accade di solito si otteneva l'esatto contrario perché si organizzavano spedizioni quasi quotidiane alla casa dei cani con i denti a sciabola.

Le giornate d'estate trascorrevano così ai suoi tempi.

Jaco faceva fatica ad immaginare i campi di grano al posto del parco, gli alberi erano altissimi e non ne vedeva le cime nonostante si trovasse al quinto piano in casa della nonna. Poi c'erano le due grandi querce dove si arrampicava regolarmente. Però credeva a tutto quello che gli raccontava la nonna.

<Cosa ci sarà dunque oltre i tralicci?> Si domandava Jaco.

Cercava di immaginare il paesaggio com'era prima in base ai racconti della nonna, i tralicci erano più distanti? Dovevano esserci già a quei tempi?

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